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Epifania del Signore

6 gennaio

La solennità dell'Epifania può essere letta come una vera e propria "scuola di santità": la vita divina, quando entra nella storia, non può rimanere nascosta, ma si manifesta agli occhi di tutti, nessuno escluso. Ma è necessario sapere coglierla. Ed è questo il senso più pieno della rivelazione cristiana: Dio condivide il cammino degli uomini perché l'umanità intera possa attingere alla fonte della vera vita. Partecipare a questa "manifestazione" significa essere santi, cioè appartenere a Dio ma allo stesso tempo vivere a pieno il proprio tempo. Perché la fede cristiana non è negazione dell'esperienza umana ma, anzi, ne è il compimento. Un messaggio potente e rivoluzionario che si "manifesta" in un bimbo nato in mezzo agli emarginati in una periferia dove ad arrivare per primi sono i più "lontani".

Martirologio Romano: Solennità dell’Epifania del Signore, nella quale si venera la triplice manifestazione del grande Dio e Signore nostro Gesù Cristo: a Betlemme, Gesù bambino fu adorato dai magi; nel Giordano, battezzato da Giovanni, fu unto dallo Spirito Santo e chiamato Figlio da Dio Padre; a Cana di Galilea, alla festa di nozze, mutando l’acqua in vino nuovo, manifestò la sua gloria.

Ascolta da RadioVaticana:
  
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C’è un uomo, al Tempio di Gerusalemme, che da lunghi anni attende il Messia, l’Inviato di Dio. Si chiama Simeone e, 40 giorni dopo la sua nascita, riconosce il Messia nel Bambino Gesù che gli viene presentato da due umili sposi, Maria e Giuseppe. Gli dice in faccia chi è: il Salvatore atteso, la Luce per le genti (i pagani), la Gloria del suo popolo Israele (cf. Lc 2,29-33) ma non dimentica di dirgli – di dire a sua Madre – che sarà “la rovina e la risurrezione di molti in Israele, e segno di contraddizione... E a te una spada trafiggerà l’anima” (cf. Lc 2,34-35).

Manifestato alle genti


“Gesù, Luce per le genti”. Le genti erano già in cammino. Alla sua nascita – scrive l’evangelista Matteo – al suo nascere, videro una misteriosa stella: la videro alcuni Magi, studiosi di stelle, come sovente si trovava nell’Oriente della Mesopotamia e della Persia, e si misero in cammino, illuminati da presagi – o vaticini – che essi conoscevano, quali uomini di cultura.
Alla nascita di Gesù arrivano i Magi, ossia i dotti dell’Oriente. Alla sua morte-risurrezione, Gesù si manifesta ai Greci, ossia i “filosofi dell’Occidente”. Prima che a loro, si è manifestato ai pastori – gli ultimi del suo popolo – ma il Salmista aveva predetto che i signori dell’Oriente sarebbero venuti a rendere omaggio all’Emmanuele: il Dio-con-noi.
Seguendo la stella, i Magi si recano a Gerusalemme per chiedere al re della Giudea, Erode il Grande (grande per le sue malefatte!), dove fosse nato il Re che deve venire. «Alcuni Magi, venuti dall’Oriente, giunsero a Gerusalemme e domandarono: “Dov’è il nato Re dei giudei? Perché noi abbiamo visto la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo”» (Mt 2,1-2). Erode è esterrefatto e trema a sentire parlare di un nuovo Re, lui che ha fatto uccidere i suoi figli per la paura di perdere il trono.
Era stata una stella a guidarli: ai pagani Dio aveva parlato per mezzo della natura e degli studiosi; agli Ebrei attraverso i profeti da Lui inviati. Ora il tempo era maturo per la venuta del Messia (si compiva la profezia delle 70 settimane di anni, di Daniele 9,20-27) e il mondo intero lo sapeva. Anche Atene e Roma, nella loro migliore élite, lo sapevano: si vedano gli scritti di Cicerone, di Virgilio, di Tacito.
Ebbene, proprio perché astrologi, la sottile traccia di Verità presente nella scienza delle loro stelle fece partire i Magi alla ricerca dell’unica vera Stella, l’Inviato di Dio, l’Atteso. Sebbene provenienti da una terra dedita al culto delle stelle, saputo da Erode e dai dotti di Gerusalemme che il Re-Messia doveva nascere a Betlemme, si rimettono in cammino, alla luce della misteriosa stella che ora era riapparsa, e adorano Colui che aveva creato le stelle, l’universo, e l’uomo, con un unico fine: tutto è stato creato per Lui, Gesù, il Cristo, l’uomo-Dio.
Matteo, il primo evangelista, che scrive per quegli ebrei che sono diventati cristiani, continua a narrare: «Vedendo la stella, i Magi provarono una grande gioia, ed entrati nella casa, trovarono il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Aperti i loro scrigni, gli offrirono in dono oro, incenso e mirra» (Mt 2,10-11). Il più grande profeta, Isaia, circa 700 anni prima, quando Roma stava per nascere (753 a.C.) aveva vaticinato: «Un’onda di cammelli ti coprirà (o Gerusalemme), i dromedari di Madian e di Efa, verranno tutti quelli di Saba, recando oro e incenso e annunziando le lodi del Signore» (Is 60,6).
Ora tutto era avvenuto: l’Epifania (la manifestazione) dell’uomo-Dio si era compiuta, anche per i pagani. Ma già aleggia l’ombra – forse è meglio dire la luce – della Croce.
Tre doni offrono al piccolo Re neonato: l’oro per onorare la sua regalità, l’incenso per onorare la sua divinità, la mirra per onorare la sua umanità destinata al sacrificio, al dolore, alla morte, perché Lui era chiamato ad essere “signum contraddicetur”, segno di contraddizione, causa di rovina e di risurrezione a seconda di chi lo rifiuta o lo accoglie. Per la sua sepoltura, di lì a 33 anni, si userà la mirra: anche nell’Epifania come nel Natale, la culla e la Croce sono congiunte tra di loro, e già tutto invita all’offerta, al sacrificio con Gesù.

Profumo di martirio

Già abbiamo scritto che Erode, alla domanda dei Magi: «Dov’è il Nato-Re dei Giudei?», fu preso da furia mal celata, anzi presto divampante. Erode si spaventa e, come gli uomini soltanto carnali, manca della luce dello spirito e pensa subito che quel Re, appena nato, sia un re politico, venuto a soppiantarlo. Saputo dai dotti del Tempio che doveva nascere a Betlemme, trasmette la notizia ai Magi, illudendoli che anche lui sarebbe andato ad adorarlo. Ma dentro Erode è l’omicida che è sempre stato.
«Erode, vedendo che i Magi si erano presi gioco di lui [non erano più passati a informarlo sul Re-Bambino], andò su tutte le furie e ordinò che in Betlemme e nei dintorni fossero uccisi tutti i bambini maschi, dai due anni in giù, corrispondenti al tempo in cui era stato informato dai Magi» (Mt 2,16).
Così Erode sarà nel tempo il tipo di chi indaga sull’uomo-Dio, ma non agisce in coerenza e in base alla conoscenza che ne riceve. Così i despoti si compiacciono nell’affermare che il Cristianesimo è nemico dello Stato: un modo di dire che a loro stessi è nemico. Erode è il primo dei despoti a pensarla così: a vedere in Gesù un nemico prima ancora che compia i due anni. Ma può un bambino, nato poverissimo in una grotta, scrollare il potere e i regni? Perché Erode ordina ai suoi soldati di impugnare la spada contro il piccolo Gesù?
Dev’essere per questo: che coloro i quali sono oppressi dallo spirito del mondo – un mondo che si vuole senza Dio – hanno un odio istintivo per quel Dio che si è fatto uomo per regnare sulle anime e legarle a sé con la sua regalità divina, che poi, dalle anime, dilaga sui popoli e sulle nazioni, per renderli pieni della Sua dignità e liberi della libertà dei figli di Dio. L’odio e la beffa che il secondo Erode avrebbe dimostrato per Lui aveva avuto il suo inizio nell’odio che il padre suo, Erode il Grande, aveva già sfogato per il Bambino Gesù.
Erode teme che Colui che era venuto a portare una corona celeste, possa rapirgli il regno terreno; falso come Giuda, promette ai Magi di portare i suoi doni al Re neonato, ma il suo unico dono è l’omicidio, anzi l’infanticidio, la morte cruenta degli Innocenti. Così prima che Gesù compia due anni, a causa sua si sparge sangue innocente. Il primo attentato alla sua vita; al Maestro e Uomo adulto, i Giudei, colmi di rabbia, daranno, cercheranno di dare, sassi (cf. Gv 8,59) e infine la morte più infame sulla Croce. Così il suo popolo l’avrebbe accolto: la sua prima manifestazione (epifania) è l’alba del Calvario.
Si applica a Lui, subito, la “legge del sacrificio”, la stessa legge che toccherà i suoi Apostoli e tanti suoi amici, nei secoli a venire, anche oggi, quando i cristiani sono ancora, nonostante tutti i proclamati diritti della persona, i più numerosi a essere martirizzati. Sono state così colpite giovanissime vite, che abbiamo commemorate nella festa degli Innocenti (28 dicembre). Quindi una croce per Pietro, il primo degli Apostoli, uno spintone dal pinnacolo del Tempio per Giacomo, l’altro apostolo, un pugnale per Bartolomeo, una spada per Paolo, l’Apostolo delle Genti. Già molte spade si erano calate sugli infanti di Betlemme.
A proposito scrive il venerbile Fulton J. Sheen, nella sua Vita di Cristo: «“Il mondo vi odierà”, promise Gesù a tutti quelli che recano il segno del suo sigillo. Quegli Innocenti morirono per il Re che non avevano ancora conosciuto. Come agnellini morirono per l’Agnello immacolato, esemplari di una lunga processione di martiri nei secoli. Come la circoncisione era il segno dell’Antica Legge, così la persecuzione a Cristo e ai suoi amici sarebbe stata il segno della Nuova Legge, della Nuova Alleanza sancita nel suo sangue sulla Croce».
“In mio nome – Egli disse agli Apostoli – sarete perseguitati”. Tutto attorno a Lui già parlava della sua morte, perché essa era il fine della sua venuta tra noi. In vista di Lui, come sua figura in occasione della Pasqua, avevano sanguinato gli agnelli portati al Tempio per il sacrificio; dalla sua venuta, dalla sua prima manifestazione al mondo, sanguinano i martiri per Lui».
All’Epifania, l’uomo-Dio si è manifestato al mondo, ma c’è già il presagio della Croce. La Croce con il suo Sacrificio, perpetuato sull’altare, nella Messa, è la sua più alta manifestazione al mondo. Sacrificio, amore, offerta a livello supremo. Gesù, manifestati a noi, oggi, e rendici partecipi del tuo Sacrificio.

Autore: Paolo Risso

Fonte: www.settimanaleppio.it

 


 

I Re Magi non giunsero a mani vuote a Betlemme, per il Re dell’Universo, che si manifestava al mondo (Epifania), avevano preparato dei doni, che presentarono con immenso onore: l’oro, che indica la regalità di Gesù; l’incenso, il suo sacerdozio; la mirra, usata nella preparazione dei corpi per la sepoltura, l’espiazione dei peccati attraverso la morte.
«Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra» (Mt. 2, 9-11). Come i pastori erano stati chiamati dall’angelo a partecipare della Gloria di Dio e della pace degli uomini, così ora i Magi, esperti astronomi, venivano guidati dalla stella per partecipare anch’essi all’evento che ha mutato storia e destini. Leggiamo da sant’Agostino:
«Da pochissimi giorni abbiamo celebrato il Natale del Signore, in questi giorni celebriamo con non minore solennità la sua manifestazione, con la quale cominciò a farsi conoscere dai pagani… Era nato colui che è la pietra angolare, la pace fra provenienti dalla circoncisione e dalla incirconcisione, perché si unissero in lui che è la nostra pace e che ha fatto dei due un popolo solo. Tutto questo è stato prefigurato per i Giudei nei pastori, per i pagani nei Magi… I pastori giudei sono stati condotti a lui dall’annuncio di un angelo, i Magi pagani dall’apparizione di una stella» (Sermone 201,1; PL 38 1031).
L’Epifania, dunque, celebra l’universalità della Chiesa: Emmanuele, «Dio con noi», è giunto in terra per chiamare ognuno alla Verità e per indicare la strada per raggiungerla e salvarsi. I Re Magi, che appartenevano alla casta sacerdotale ereditaria della religione zoroastriana, hanno creduto nei segni celesti, «i cieli narrano la gloria di Dio» (Sal. 19, 2), li hanno saputi decifrare e con immensa gioia si sono genuflessi a Cristo Re.
Non hanno proposto alla Madonna e a san Giuseppe di educare il Bambino Divino nella loro religione, ma si sono sottomessi al Pargolo celeste; non hanno cercato un dialogo, un confronto, uno scambio di opinioni; non hanno neppure portato la loro esperienza o le loro interpretazioni, questi sapienti si sono umilmente prostrati alla Verità, all’Amore, alla Bellezza che avevano dinnanzi. L’Epifania perciò celebra non l’ecumenismo, bensì l’universalità della Chiesa, ovvero la chiamata dei gentili alla Fede. E il posto della stella è stato preso dal Vangelo, che invita ancora alla conversione di tutte le genti a Cristo, l’Unto di Dio.
Nel 614 la Palestina fu occupata dai Persiani guidati da Re Cosroe II e distrussero quasi tutte le chiese cristiane, risparmiando la Basilica della Natività di Betlemme perché sulla facciata vi era un mosaico raffigurante i Magi vestiti con l’abito tradizionale persiano.
Marco Polo afferma di aver visitato le tombe dei Magi nella città di Saba, a sud di Teheran, intorno al 1270: «In Persia è la città ch’è chiamata Saba, da la quale si partiro li tre re ch’andaro adorare Dio quando nacque. In quella città son soppeliti gli tre Magi in una bella sepoltura, e sonvi ancora tutti interi con barba e co’ capegli: l’uno ebbe nome Beltasar, l’altro Gaspar, lo terzo Melquior. Messer Marco dimandò più volte in quella cittade di quegli III re: niuno gliene seppe dire nulla, se non che erano III re soppelliti anticamente» (Il Milione, cap. 30).
Nel 1162 l’imperatore Federico Barbarossa fece distruggere la chiesa di Sant’Eustorgio a Milano, dove erano state portate le salme dei Magi (alle quali era giunta, secondo la Tradizione, sant’Elena) e se ne impossessò. Nel 1164 l’arcicancelliere imperiale Rainaldo di Dassel, arcivescovo di Colonia, le sottrasse e passando in Lombardia, Piemonte, Borgogna, Renania, le traslò nella cattedrale della città tedesca, dove ancora oggi sono conservate. Milano cercò ripetutamente di riavere le reliquie: il 3 gennaio del 1904, l’Arcivescovo Ferrari fece collocare in Sant’Eustorgio alcuni frammenti ossei in un’urna di bronzo con la scritta «Sepulcrum Trium Magorum».


Autore:
Cristina Siccardi

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Aggiunto/modificato il 2014-11-03

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